DAL CANE “DA LAVORO” A QUELLO “OGGETTO”, COM’È POSSIBILE?

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Dagli albori della cinofilia il concetto di “bellezza funzionale” era l’unico concepibile: allevare significava selezionare quei soggetti ritenuti più idonei a trasmettere alla prole le migliori qualità genetiche.

La grandissima selezione attuata nei secoli – negli ambiti agro pastorali e venatorio – fu costantemente ispirata alla funzione a cui era destinato il nostro fedele amico a quattro zampe e, in quei particolari contesti, l’aspetto estetico era quindi irrilevante.

I primi allevatori capirono che incrociando quei soggetti più inclini di altri a svolgere determinate funzioni, avrebbe assicurato le stesse anche alla prole, o almeno a una parte di essa.

Tra le varie funzioni, i cani venivano anche utilizzati per il traino, con una storia millenaria e mondiale.

L’America fu colonizzata a partire da 40.000 anni fa dalle popolazioni asiatiche che attraversarono lo Stretto di Bering . Con loro arrivarono anche cani di dimensioni medio-piccole e utili un po’ per tutto.

Fino all’arrivo nel XV secolo degli spagnoli, la ruota era sconosciuta e ai cani venivano legate due lunghe aste di legno unite da una pelle (o da un’intelaiatura) sulla quale si posava il carico da trasportare: una delle estremità strisciava sul terreno e il cane trainava il tutto.

Durante il periodo della Corsa all’Oro servivano cani per trainare con le slitte i materiali utili e di rifornimento, e chi meglio di Husky e Malamute avrebbe potuto svolgere questo compito?

Anche tutt’ora i cani sono utilizzati per il traino di slitte, ma all’epoca si provò a far svolgere questo compito a lupi e ibridi (seppur con scarsi risultati). Ci fu anche chi provò a far trainare le slitte da una muta mista di lupi e coyote, con il risultato che i lupi uccidevano i coyote appena ne avevano la possibilità (così come succede in natura).

Un buon cane da lavoro faceva o potenzialmente poteva fare tutto: la guardia, condurre e proteggere greggi e mandrie, fungere da “motore” per macchinari (come piccoli mulini o segherie) e trainare carri e carrette (Bovari del Bernese e Rottweiler erano soliti farlo). Una storia curiosa ci narra anche di cani di media taglia utilizzati come spinta per far ruotare i girarrosto su cui stavano a cuocere i polli.

Durante la Grande Guerra i cani non vennero solo adoperati per il traino, ma anche come portaordini, da guardia, come anti-ratto lungo le trincee, da ricerca e soccorso, fino ai giorni nostri in come kamikaze o cani-bomba.

E’ comunque nella caccia che il cane “da lavoro” ha trovato la sua maggiore realizzazione.

L’allevamento è un’attività primordiale che si è potuta sviluppare grazie all’ausilio del cane: il termine latino pecunia deriva letteralmente da “pecus” (bestiame), perché la ricchezza veniva misurata in base al possesso del bestiame quale risorsa produttiva. La necessità primaria dei pastori era la DIFESA degli armenti e solo in un secondo momento si passò alla sua conduzione. Questo spiega l’alto numero di razze create per la difesa, la conduzione del gregge e della mandria.

I tipi di cane utilizzati per svolgere le diverse mansioni erano molto diversi dagli esemplari odierni di una determinata razza, selezionati più per la loro bellezza o solo per svolgere una determinata funzione. In passato venivano selezionati quegli esemplari che possedevano le caratteristiche fisiche e caratteriali ottimali a svolgere determinate prove giornaliere.

Troppo spesso, nelle esposizioni di bellezza, si vedono vere e proprie caricature delle razze, con cani davvero troppo grandi, massicci e ipertipici, tanto appariscenti quanto poco funzionali.

Non si tratta più di bellezza funzionale, quanto più di bellezza convenzionale e fine a sé stessa, dove i cani diventano vittime inconsapevoli di interpretazioni personali dello standard… Non stiamo più parlando allora di cinofilia, ma di “cinomodellismo”.

Daniel Sebastian Ossino

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